Proteste popolari per la “Leva forzata” nel Mezzogiorno d’Italia dopo l’Unità

I disordini di Gallipoli per la L. F. del 24 novembre 1861

Dopo l’Unità, l’inferiorità economico-sociale del Sud rispetto al Nord, che condizionò nei decenni successivi lo sviluppo di tutta l’Italia, si accentuò. La gretta politica dei governi moderati rese ancora più gravi le condizioni delle popolazioni meridionali, specie dei contadini, penalizzate dall’ignoranza, dalla superstizione, dalla disoccupazione e dalla miseria. Solo la borghesia delle professioni, del commercio e della finanza ricevette dei concreti vantaggi: ad essa ed ai proprietari terrieri andarono le cariche pubbliche ed il governo delle amministrazioni locali. Il popolo, relegato ai margini della società, al quale venivano negati i diritti politici, veniva sfruttato nelle fabbriche e nelle campagne o utilizzato come carne da cannone nelle guerre.

Ai primi entusiasmi aveva fatto seguito una profonda delusione: alle masse meridionali, agricole nella stragrande maggioranza, sin dall’inizio, il nuovo Stato si presentò con tutte le caratteristiche di un’autorità estranea ed oppressiva. Garibaldi era stato accolto come liberatore, ma il nuovo governo si mostrò ancora più oppressivo del precedente: esso aumentava il carico fiscale; stroncava sanguinosamente i moti per la terra; introduceva la coscrizione obbligatoria, che prima era sconosciuta al Sud. Le proteste, anche violente, non si fecero attendere e vennero alimentate dalla spietata repressione, che scavò un fossato sempre più profondo tra le due parti.

Su questa situazione di profondo disagio delle masse si innestarono gli interessi restauratori di Francesco II e degli strati sociali che ancora lo sostenevano: la nobiltà, l’alto clero, la burocrazia dell’ex regno borbonico. Gli agenti dell’ex sovrano spodestato, coadiuvati dal clero più retrivo1, operavano capillarmente e riuscivano ad utilizzare la rabbia della povera gente in funzione filo-borbonica.

Anche a Gallipoli esisteva un partito filo-borbonico e papista, guidato da Padre Giovan Battista Di Mesagne, un monaco cappuccino, indottrinato dal giornale cattolico intransigente l’Armonia, diretto da Don Margotti, che sfruttando il disagio e la miseria del popolo lo sobillava contro il regime unitario.

Da qualche tempo ogni occasione era propizia per scatenare proteste e tumulti e la Città fu teatro di una cruenta rivolta, il 24 novembre 1861, mentre era riunito nel Municipio2 il Consiglio di Leva, presieduto dall’assessore Pasquale Riggio, che sostituiva il sindaco assente, per esaminare i reclami di quei giovani che chiedevano di essere esonerati dal servizio militare3.

Così scriveva, nel Num. 1 del maggio 1862, Il Gallo4, Giornale popolare gallipolitano: "Riunitosi in quel giorno il nostro Consiglio di Leva a discutere per la prima fiata le dimande dei reclutabili, qualche centinaio di uomini dell’ima plebe, divisi pria in vari gruppi ed in diversi luoghi della Città, verso le ore 3 pom.5, capitanati dai più temerari e facinorosi, con bandiere spiegate, irruppero serrati nella strada maggiore della piazza gridando, Viva il Re! Viva Giuseppe Garibaldi! Viva la Libertà! Erano grida ingannevoli, perciocchè inoltrandosi sin sotto la Casa Municipale, ivi con atti minacciosi e d’inenarrabile furore si fecero a gridare: Abbasso la Leva, non la vogliamo più, abbasso il Municipio, morte al Sindaco. Inferocita ed ingrossata viepiù quell’orda forsennata, ripiegò per la stessa strada ad invadere il palazzo della Sotto-prefettura ed a minacciare il Sotto-prefetto ed il Comandante la Piazza, scontrandoli per via. Né gli argomenti persuasivi né le preghiere di queste due autorità valsero ad acchetare la turba frenetica, che più infellonita e tumultuante rincalzava quelle grida, attentando, munita d’armi, alla vita di chi eseguiva i regi e parlamentari decreti, e di quanti amorevolmente consigliavanle l’ordine, il rispetto alle leggi, alla Nazione, e al Re eletto.

Per essa ogni mite spediente fu indarno, e grazie al coraggio ed al noto patriottismo del Signor De Cesare6, del Maggiore d’Apollo, degli Uffiziali, del Laviano, dei militi della G. N. [Guardia Nazionale]7 e di pochi altri cittadini di buon volere, si disperse sgominata e vinta dal valore, e più dai colpi del moschetto, parte in aria, parte diretti a chi rabbioso s’avventava ad offesa e a disarmo - Tre furono le vittime rimaste sul terreno8, e sette i feriti, tra cui alcuno innocente".

Cessato il tumulto, verso la mezzanotte, i componenti il Consiglio di Leva, che durante i disordini avevano continuato a svolgere le operazioni, accompagnati dal sacerdote Tamborrino, si recarono nei locali della Sottoprefettura per ringraziare le Autorità civili e militari che si erano prodigate per sedare la rivolta. In quel luogo erano stati condotti i più esagitati tra i rivoltosi che, dopo essere stati interrogati e redarguiti, redatti i relativi verbali, furono portati in carcere.

Il giorno dopo, 25 novembre, nel Palazzo Comunale, si riunì con urgenza la Giunta municipale che, avendo constatato che la dimostrazione del 24 era stata opera di "pochi faziosi, e non rappresentava il pensiero di Gallipoli, ferma nel suo patriottismo Italiano ed obbediente alla legge", nella convinzione che "quella plebe ignorante era stata preparata, ingannata e spinta da conventicole apposite, fors’anco abusando dei luoghi consacrati al culto di Dio", deliberò di presentare i propri ringraziamenti al Sottoprefetto Giuseppe De Cesare, al Comandante la G. N. Luigi Laviano, al Comandante militare distrettuale Maggiore d’Apollo, al Comandante la truppa regolare Capitano Jacopo Testi, che "con ogni energia si esposero soli agli insulti ed alle violenze di quell’orda, con grave pericolo della propria vita, e combattendola impedirono i più gravi misfatti […]. Inoltre, ringraziò gli Ufficiali, la truppa della Guardia Nazionale ed il "picchetto dei militi posto alla custodia delle prigioni, che seppe con coraggio respingere gli sciagurati che tentavano invadere il palazzo della città"9.

Il giudice Ferdinando Vetromile, titolare del mandamento di Maglie, in quel periodo sostituto del titolare di Gallipoli, Giovanni Lucanio, ebbe l’incarico di istruire il processo. Successivamente le carte processuali furono inviate presso la Gran Corte Criminale di Lecce che deliberò di mandare assolti tutti i rivoltosi. Questa inattesa decisione destò amarezza e disapprovazione tra tutti coloro che si attendevano un verdetto di condanna, poichè essi erano "convinti, che a dispetto della G. Corte, de’ Giudici Istruttori, e de’ testimoni, il processo, tale quale trova[va]si compilato, cont[eneva] pruove sufficienti a far giudicare il reato punibile almeno con quegli stessi due mesi di carcere scontati già dai colpevoli pendendo il giudizio"10.

Il 12 febbraio 1862, i membri della Giunta municipale, questa volta presieduta dal Sindaco Giacomo Papaleo, avendo, ancora una volta, constatato che l’offesa ad essi recata da alcuni facinorosi era rimasta impunita "o per commiserazione, o per errore o per insufficienza", "nel mentre manifestavano come privati il loro compiacimento per la liberazione di tanti concittadini, i quali mancarono per ignoranza, per illusione e forse per seduzione, come pubblici funzionari si dolevano, nello stesso interesse della cosa pubblica, per non esservi stata una legale parola di biasimo contro coloro che scambiano la libertà con libertinaggio", e nella convinzione che "il popolo non rispettando i propri rappresentanti, non rispetta[va]* se stesso, e non p[oteva] avere chi lo serv[iva]"11, rinnovarono le dimissioni già presentate alla fine di gennaio e respinte dal Prefetto il successivo 5 febbraio.

Il 23 marzo si riuniva il Consiglio comunale, in seduta straordinaria, per provvedere alla nomina di una nuova Giunta.

Il Consigliere Emanuele Barba12 propose al Consiglio di esprimere alla Giunta municipale la sua solidarietà e i ringraziamenti per aver essa bene operato durante i tumulti del 24 novembre e per aver giustamente protestato per l’inqualificabile comportamento della Gran Corte Criminale di Lecce "per la scandalosa impunità concessa ad un branco di facinorosi"; di pregarla di ritirare le dimissioni e di continuare a rappresentare il Consiglio ed il Comune che fino ad allora aveva sapientemente amministrato. Infine invitò i Consiglieri " […] Per la dignità del Consiglio dichiarare al Prefetto, al Ministro dell’Interno, di Grazia e Giustizia, e al Parlamento, il giusto e profondo dolore del Consiglio medesimo per la niuna soddisfazione concessagli da chi rappresenta[va] nella Provincia la giustizia".

Il Consiglio, dopo aver ascoltato la proposta del Consigliere Barba; "intese le orali dichiarazioni degli onorevoli Assessori ;[…] considerando che non poteasi in miglior modo e con più decorosa insistenza operarsi dalla Giunta a sostegno della dignità del Consiglio a solenne protesta contro la ribellione giuridicamente dileguata; considerando finalmente che la scandalosa impunità concessa da una Gran Corte Criminale non d[oveva] privare il Comune stesso di solerti e plauditi amministratori, il che sarebbe un far soffrire due pene a chi non commise alcun delitto" […], deliberò, all’unanimità, di adottare la proposta di Emanuele Barba "alla quale pienamente si uniformava"13. Dopo ciò, la Giunta Municipale, soddisfatta, ritirava le dimissioni.

Qualche mese dopo i gravi fatti, nel maggio 1862, il Barba indirizzava ai governanti italiani il seguente messaggio: "Signori del Governo del Re, anche noi vogliamo rivolgervi la nostra libera e rispettosa parola sotto l’egida sacrosanta dello Statuto – Signori illustrissimi, la Città di Gallipoli non meno delle altre ha sofferto il giogo della tirannide borbonica, e non meno delle altre fremente di libertà ha sempre anelato a scuoterlo – A prova di ciò, o signori, stanno indelebili nelle nostre storie i martirii da nostri illustri cittadini patiti […]. Signori onorevolissimi, quale incoraggiamento in due anni di libero Governo si ha avuto la nostra Città? Qual riparazione si è fatta ai danni sofferti dalla classe benemerita e militante del suo popolo, e ad esempio del popolo? Se per le poche anime elette fu e sarà premio sufficiente la coscienza di aver compiuto il proprio dovere verso l’Italia, per le moltitudini, o signori, questo nome santo d’Italia, è ancora un intuito confuso, un sentimento indistinto, ed è necessario che diventi intelligibile ed eloquente; è necessario che queste veggano l’equità e sperimentino i vantaggi materiali e morali del Governo d’Italia, […]. Il nostro popolo invece ha visto finora – le sue capacità liberali sistematicamente neglette – i meno onesti e i più retrivi premiati – il porto tutt’ora in germe, nonostante che da anni dormano in cassa 60 mila ducati destinati a tal opera14, e che ovvierebbero alla fame ricorrente di chi vive dal lavoro – scene orribili di naufragi e miserie di naufraghi – le sue speranze deluse sulla implorata restituzione della più vitale delle rendite Comunali, quella del grano a staio sull’olio15, da tanti anni usurpatagli – ed un subisso di leggi, i cui certi, pronti e benefici effetti son la gloria di chi le dettava, la fortuna de’ tipografi, e la speranza di farle attuare dai posteri. Signori, se è nostra fede che il governo di un Re galantuomo voglia essere nazionale, giusto, equo e riparatore; se è nostra convinzione che esso debba assumere un indirizzo politico ed amministrativo, vivificatore non distruttore di quella fede; è stato nostro amarissimo cordoglio il vedere negli antecessori delle SS. VV. uomini, comechè sapientissimi e patrioti, discordi sempre nello indirizzo, fautori di impudenti consorterie, e di un dualismo che fu lo scandalo del popolo e l’unica forza dei nostri nemici. Signori rispettabilissimi, gradite per ora questi brevi ricordi, e provvedete ai nostri urgenti bisogni – sapientibus et volentibus pauca"16.

Nello stesso tempo, il Barba, cosi si rivolgeva alle classi lavoratrici della sua amata Città: "Ora a te, popolo di Gallipoli – Tu più degli altri popoli meridionali sei docile, generoso e poetico, e perché tale soffri più intenso il morbo italiano, […]. Popolo, la massima parte di te è ancora plebe, plebe laboriosa è vero, ma plebe, che ignara dei suoi diritti e dei suoi doveri, superstiziosa, e perciò facile ad essere sedotta dai tuoi nemici, che sono i nemici di Garibaldi, di Vittorio Emanuele, di Cristo, e di ogni popolo – E’ questa la più grave sciagura, alla quale ti condannò il passato dispotismo, lasciandoti nell’ignoranza e perseverando la tua buona indole – Popolo, la Provvidenza donandoti Garibaldi ed un Re leale, volle lenirti quel male, migliorare la tua plebe, renderti degno di quella libertà che bramasti ed ottenesti. Qual buon uso hai fatto, o popolo, di questa libertà da due anni largitati? Noi tel diciamo con profondo dolore: poco, ben poco, e per causa di quel morbo che hai comune con gli altri popoli. A prova di ciò ti ricordiamo esser già un anno da che sursero in mezzo a te due Associazioni a scopo onesto, civile, filantropico: una delle quali apriva scuole serali per l’istruzione della tua plebe e de’ tuoi figli; l’altra iniziava un monte annonario. Grande fu il numero degli associati, grandissimo il concorso alle scuole ed alla sala dei Giornali, migliori le speranze economiche ed industriali. Ma tutto in brev’ora finì – l’una si sciolse per subito sconforto, l’altra assai più presto, contraddicendo a sè stessa. Popolo rinunziasti al primo elemento della vita dei popoli liberi, al migliore de’ tuoi diritti, alla Associazione, e ben duro è il fio che ne sconti. L’opera costante della setta dei tristi disertò quelle scuole che diradavano l’ignoranza, sedusse la vil parte di tua plebe e la spinse ad atti di ribellione, tentando di oscurare la tua fama di rispettoso alle leggi, e giunse fino ad allontanare nei giorni quaresimali le tue donne e la tua plebe pur dalla casa di quel Dio, che sempre benedisse a chi regna per sua e tua volontà. Popolo perdona i tuoi nemici, pensa al tuo morbo, e ricambia di fede chi con amore te ne addita i rimedi nella concordia, nell’associazione e nella costanza de’ santi propositi"17.

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